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L’AMORE MOLESTO

La recensione di un libro che apre gli occhi sulla condizione della donna nelle società moderne: L’amore molesto, Elena Ferrante, edizioni E/O,   di:

 Francesca Cenerelli

foto artistica di DAVIDE CERULLO

Uno dei libri  tra i più folgoranti  che ho letto è stato L’amore molesto, di Elena Ferrante. Si tratta di un piccolo libricino,  a tutti gli effetti un romanzo. Quella della Ferrante è una scrittura scomoda, occhio femminile su una vicenda che si interseca tra le vie di Napoli e il suo dialetto tradotto.

 Leggerlo per me è stato bere il disagio di essere donna. Donna: l’altro, il diverso dall’UOMO su cui il mondo umano moderno è stato costruito. Attraverso la lettura a tratti onirica, confusa tra realtà, visioni, recupero della propria memoria, non mi ci sono affatto ritrovata, in quanto la mia vita per fortuna si discosta molto da quella narrata. La scoperta però attraverso la voce femminile della Ferrante è stata rivelatrice. Rivelatrice  di ombre in un mondo di soprusi, di accettazione passiva da parte della maggioranza delle donne. Un mondo tutto maschile nel quale si vive senza rendersene conto, cercando in qualche modo di ricostruire A FATICA una propria immagine, attirando l’attenzione dell’uomo con gli strumenti che esso offre. Questi strumenti sono codificati per così dire, dalla  STESSA CIVILTA’  dell’UOMO, senza previsione di riscatto autonomo per l’altro, per la donna.

Il libro lascia un perenne sconforto, disagio per meglio dire, che è quello della protagonista -io narrante, confusa  in ritratto misto con la figura della propria madre.

“mia madre annegò la notte del 23 maggio, giorno del mio compleanno, nel tratto di mare di fronte alla località che chiamano Spaccavento, a pochi km da Minturno.(…) Negli ultimi tempi veniva a stare da me almeno una volta al mese per qualche giorno. Non ero contenta di sentirla per casa. Si svegliava all’alba e, secondo le sue abitudini, lustrava da cima a fondo la cucina e il soggiorno.”

Con quest’apertura, Delia, quarantacinquenne, ripercorre passato e presente in continue fusioni d’immagine, sovrapponendo tratti somatici, abiti, sangue mestruale, umori, sperma, colori ad olio, come solo la sensibilità di una donna, preso il coraggio a piene mani, sa inzuppare in una storia “molesta”. Molesti sono gli uomini con i loro comportamenti che si traducono in perenne fastidio. Moleste le convenzioni assunte anche dalle stesse donne castigandosi nei propri comportamenti, contrassegnati come “sconvenienti”.

“Non si comportava come si deve. Io questo signore l’ho visto una volta sola. Era un bel vecchio, vestito bene e quando li ho incrociati, m’ha fatto un mezzo inchino. Lei invece s’è girata dall’altra parte e m’ha detto una brutta parola. (…) Le era presa la mania di dire bruttissime parole, ad alta voce, anche quando era sola. E poi si metteva a ridere. La sentivo da qui, dalla mia cucina.”

E’ la descrizione di una  vedova, vicina di casa della madre Amalia. Voce di donna, quindi, ma interprete delle regole di convenienza stilate dagli uomini.

“Il liquido caldo che usciva da me senza che lo volessi mi diede l’impressione di un segnale convenuto tra estranei dentro il mio corpo. Il corteo funebre avanzava verso Piazza Carlo III. La facciata del reclusorio mi pareva contenere a stento la pressione del Rione Incis che le gravava addosso. Le vie della memoria topografica mi sembravano instabili come una bevanda effervescente che, se agitata, straripa in schiuma. Sentivo la città disciolta nel calore, sotto una luce polverosa, e ripassavo mentalmente il racconto dell’infanzia e dell’adolescenza che mi spingeva a divagare per la Veterinaria fino all’Orto Botanico, o per le pietre sempre umide, coperte di verdure marce, del mercato di Sant’Antonio Abate.”

I paesaggi sono nebbia di pensiero in cui si disciolgono facce e frasi oscene mai ben definite. Con la Ferrante ho attraversato una Napoli-città veleggiando al di sopra delle strade trafficate, delle voci alte, della folla onnipresente. Non la città d’o sole dunque, ma una città di nebbie. E con lo stesso senso nebbioso sono stata all’interno delle case, descritte con particolari di tubi o frammenti di servizi o finestre che non affacciano da nessuna parte. Leggere l’amore molesto è come sognare, dove nulla appare definito, dove all’improvviso sbocciano particolari veri e non veri. E in questo ectoplasma brulicante, ecco dispiegarsi l’essere donna; il rinnego sociale di certi atteggiamenti semplici che divengono equivoci, civetteria femminile come il riconoscersi nella Stregoneria condannata dal ginocidio della Chiesa e della Società.

Così alla descrizione della madre Amalia, descritta con fastidio nella sua bellezza naturale, Delia contrappone la sua figura annullata, coi capelli cortissimi,  senza trucco, quasi a rinnegare il tratto caratteristico e voluttuoso della madre.

“E lei, a vedermi arrivare, già si scioglie i capelli che si disfano come se ce li avesse scolpiti in volute sulla fronte e l’ebano della pettinatura mutasse struttura molecolare sotto le sue mani.”

E ancora: “Mia madre scappò sotto il ponte della ferrovia, scivolò in una pozzanghera, fu raggiunta e si buscò pugni, schiaffi, un calcio nel fianco. Una volta che lui la ebbe punita per bene, la riaccompagnò a casa sanguinante. La guardai a lungo, pesta, sporca, e lei mi guardò a lungo, mentre mio padre spiegava l’accaduto a zio Filippo.”

La violenza con cui il marito punisce Amalia è dal senso comune giustificata dalla gelosia, ma soprattutto dal senso di colpevolezza che ogni donna si porta come retaggio culturale di un mondo in cui i diritti dell’individuo maschio vengono tutelati rispetto al diverso, all’altro, allo schiavo: alla donna. L’istinto è punito, qualsiasi gesto, anche la pura bellezza fisica, vengono castigati. La conservazione del senso di colpa trasmesso, si manifesta in autolesione e autopunizione della figlia (tenere i capelli corti, vestire informe, non truccarsi). Ma anche la pratica di auto -valorizzazione del proprio corpo è dettame della società maschile, perché la donna non trova altro modo per esistere, per essere individuata come figura distinta dalla massa.

Questo libro pubblicato agli inizi degli anni ’90 mi ha dato uno spaccato dell’esistenza femminile, il riaggancio alle teorie poco divulgate che vogliono la donna, simbolo nelle civiltà antiche e culto identificato con la Dea Madre punita per la facoltà magica di dare la vita dall’Uomo autoderterminatosi sul potere di valori che lo rendessero superiore, come la Guerra e la Caccia, vogliono la donna – dicevo – schiacciata tra il desiderio di autodeterminazione fra spazi limitati e l’aspirazione a figura emancipata ma etica assegnatale dal Mondo, dai confini ben circoscritti. Presentimento nella mia mente che si è definito, delineato  con chiarezza grazie a questo scritto scomodo ma necessario, così come molti libri di scrittura femminile dovrebbero esserlo per ciascuno di noi.  Negare il disagio femminile nelle società cosiddette evolute nato dal dualismo tra plasmazione di una donna capace di emulare l’uomo  e l’essere al contempo remissiva, dolce, materna, subordinata  e servizievole alle leggi maschili, è negare non solo il diritto di affermarsi completamente e liberamente, bensì anche l’esistenza di una  capacità fattiva di miglioramento della condizione umana.

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«Vi sono momenti, nella Vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo. Un dovere civile, una sfida morale, un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre.» Oriana Fallaci
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