Penelope va alla guerra

Una stazione letteraria d'impegno

CRONACA DI UNA PARTITA DI PALLONE FRA COMUNISTI E UOMINI OMBRA

 

foto artistica di DAVIDE CERULLO

Carmelo Musumeci, ergastolo ostativo in lotta per l’abolizione del carcere a vita, penna veritiera che ha fatto conoscere il mondo del carcere con il libro GLI UOMINI OMBRA edito da Gabrielli Editore, pubblica un diario sul sito www.informacarcere.it, dal quale estrapoliamo la testimonianza di una giornata diversa.

Vogliamo esprimere,  noi di Penelope, attraverso questo scritto, un ringraziamento ai volontari sensibili alle condizioni difficili riservate talvolta alla Vita, sia essa umana, animale o vegetale, alla preziosità del tempo che dedicano con fervore ed altruismo.

 

 DI: CARMELO MUSUMECI

 

Alcuni vivono per la politica, molti della politica (Max Weber)

Sabato 29 ottobre del 2011 dentro l’Assassino dei Sogni (il carcere come lo chiamo io) di Massima Sicurezza di Spoleto per la prima volta in assoluto c’è stata una partita di calcio tra una squadra composta da ergastolani ostativi (cattivi, i colpevoli per sempre) e una composta da dirigenti e militanti del partito di Rifondazione Comunista, da associazioni mutualistiche, politiche e culturali e da lavoratori in lotta della Fiat di Pomigliano.
Per gli ergastolani ostativi tutti i giorni sono uguali, rotondi e vuoti, ma oggi è stata una giornata diversa da tutte le altre. Mi sono svegliato presto, ero preoccupato per il tempo e subito ho guardato fra le sbarre il cielo per vedere se pioveva o se era nuvoloso. Quando ho visto che la giornata non era troppo bella, ma neppure troppo brutta per non poter giocare la partita, ho tirato un grosso respiro di sollievo. All’apertura delle celle sono andato dal dentista e poi subito di corsa al campo sportivo del carcere.

 Erano già tutti lì prima di me, gli operai cassaintegrati di Pomigliano, Giovanni Russo Spena (ex senatore della Repubblica), Mario Pontillo, Giuliano Capecchi dell’Associazione Liberarsi (un fratello adottivo che mi segue da venti anni), Nadia e Giuseppe della Comunità Papa Giovanni XXIII (due angeli fra molti diavoli rossi) e tanti altri che io non ricordo i nomi ma il mio cuore ricorda bene i loro visi e i loro meravigliosi sorrisi.

 Ho iniziato a salutare e abbracciare tutti e subito vengo a sapere che il Ministro di Giustizia ci ha vietato le riprese televisive, ci ha autorizzato solo di fare una foto di gruppo. Peccato, ma non fa nulla, non mi arrabbio, non voglio rovinarmi la gioia di questa giornata diversa da tutte quelle passate e da tutti quelle che verranno. Intanto la partita incomincia, si nota subito che le due squadre sono diverse perché la nostra è composta esclusivamente da uomini ombra (ergastolani ostativi).

 Poi per miracolo e magia anche gli uomini ombra s’illuminano d’amore sociale e non noto più nessuna differenza fra le due squadre. I miei compagni smettono di essere uomini ombra, mi sembrano pieni di luce come i giocatori dell’altra squadra, sorridono ed esultano ogni volta che segnano un goal.
Finita la partita, per la cronaca cinque a cinque, si va alla biblioteca del carcere e inizia il momento più politico, comunicativo della giornata:
- Anche la fabbrica è diventata un carcere e devi chiedere persino il permesso di andare in bagno
- Finirò la mia pena nel 9.999.999, ma credo che in quel anno non ci sarò più, almeno in questo mondo. Forse sarò da un’altra parte, ma spero che l’aldilà non esista perché non vorrei continuare a scontare la mia pena anche nell’altro mondo.
- Come la maggioranza dei partiti sfruttano la criminalità per farsi eleggere, poi sfruttano pure gli operai per farsi mantenere.
- La condanna più assurda è una pena che non finisce mai, perché non è ragionevole ritenere una persona colpevole e cattiva per sempre.
- Lottiamo insieme e uniti per cambiare e portare legalità e diritti dentro e fuori nelle fabbriche.
- Per prima cosa al mattino quando apro gli occhi guardo le sbarre della mia finestra per assicurarmi che mi trovo dove un giorno dovrò morire. Si vive come morti che respirano, ma che cazzo di giustizia ci potrà mai essere in una pena che non finisce mai?
Poi arrivano le guardie, bisogna andare via, ci scambiamo gli ultimo saluti, gli ultimi abbracci, gli ultimi sorrisi e gli ergastolani ostativi ridivengono uomini ombra, ma con la speranza là fuori di non essere più soli.

Carmelo Musumeci
Carcere Spoleto, novembre 2011

 

Filed under: ESPERIMENTI , ,

UN IDILLIO INSIGNIFICANTE

Per gentile concessione dell’autore pubblichiamo un racconto tratto dal blog “Beati i poveri, perché moriranno prima”

 di: Claudio Gianvincenzi

 

foto artistica di DAVIDE CERULLO

 

«La vita è fatta male»

BERNARDINO GIANVINCENZI, mio nonno

*

*

Si conobbero al Salto dell’Asino. Non poteva essere di buon auspicio.
Lui lo sapeva.
Come si conobbero non è importante ai fini della narrazione.
Nonostante una toponomastica ingrata, il loro amore resistette fino alla fine del campionato di motocross.
Cosimo era balbuziente ed aveva il parkinson, quindi balbettava anche per iscritto. Era un geologo, ma conosceva solo il tufo, considerandolo l’unico minerale rispettabile. Terzo di due figli, pene di medie dimensioni (nel senso di affanni), cazzo piccolo (nel senso di cazzo), essere messo al mondo non gli era sembrata un’idea brillante. Nonostante ciò, subiva la vita con signorile distacco.
Poi arrivò lei.
Lui lo sapeva che alla primavera segue sempre l’estate ed all’estate l’autunno ed all’autunno l’inverno e la neve è bella, se non sei in coda sull’A1.
Qualcuno potrebbe obiettare che all’inverno segue di nuovo la primavera, ma è pieno di pollini e tu sei allergico, poi spunta il sole e prendi il motorino, però ci sono i piovaschi e l’asfalto diventa scivoloso e con gli occhi che ti bruciano cadi e perdi una gamba.
Olga era una violoncellista. A Cosimo piaceva il fatto che lei dovesse stare a gambe larghe molto a lungo. Suonava in un piccolo ensemble di musica dodecafonica che tutti trovavano pallosissimo, ma ai concerti del quale nessun intellettuale della città poteva sottrarsi onde non sembrare un ignorantone. Olga stava cominciando persino a farsi un nome nell’ambiente musicale. Tutto merito dell’impero delle apparenze.
Vergava lunghe liste per il solo gusto di dir vergare, amava l’odore della strada dopo la pioggia, quella puzza di catrame rancido che però alle donne piace, le piaceva andare al mare a prendere il sole, cosa che cozzava con la passione per la pioggia, ma va be’, adorava respirare l’aria pungente dell’alba anche se non si svegliava mai prima delle undici, trovava irresistibili i poeti francesi, non importa chi, basta che fossero francesi, e principalmente era bona.
Come Cosimo fece a conquistarla non è importante ai fini della narrazione.
Probabilmente ella vide in lui il cane zoppo che non aveva mai avuto e che aveva sempre sognato per fare un figurone nei circoli di alternativi impegnati in cause umanitarie che era solita frequentare. E si sa, in certi posti il possesso di un cucciolo malmesso fa impennare il prestigio sociale.
Lui lo sapeva.
Fare l’amore con lei era una soddisfazione pari a quella di pestare un controllore.
E lei, lei sembrava amarlo sul serio. A Cosimo sfuggiva il motivo, la trovava una cosa assurda e sbagliata, ma non sarebbe certo stato lui a farglielo notare. Proteggeva col silenzio la propria botta di culo.
Olga lo chiamava con tutti i tipici nomignoli con cui sono soliti vezzeggiarsi gli amanti: tesoro, passerotto, trottolino, pucci pucci, untersteiner. Tanto Cosimo non avrebbe mai potuto sentirsi più umiliato di quanto già non lo fosse stato dall’esistenza.
Stava bene, e questo lo spaventava. Non c’era abituato. C’è sempre qualcosa sotto quando ad un disgraziato le cose iniziano improvvisamente a girare per il verso giusto. Gli equilibri cosmici non accettano sovvertimenti.
Lui lo sapeva.
Lo aveva imparato a proprie spese quando da piccolo aveva trovato mille lire per terra, ma nel chinarsi per raccoglierle gli era uscita un’ernia al disco.
E infatti, inevitabilmente, nel chinarsi per raccogliere il fiore dell’amore, non gli venne risparmiata l’ernia dell’abbandono.
Un giorno, Cosimo era sull’autobus. Non c’era un giorno solo, invero c’era spesso, ma è quello specifico giorno che ha una qualche rilevanza ai fini della narrazione.
Gli squillò il cellulare. Il che era strano, visto che lo aveva dimenticato a casa. Rispose, giacché non si era ancora accorto di averlo dimenticato a casa.
Cosa se ne faceva un integralista della balbuzie di un cellulare? Puro status symbol compensativo.
Ad ogni modo, era Olga, che gli diceva di ricordarsi di passare in farmacia, accendere lo scaldabagno appena fosse rientrato in casa, ritirare le ciotole in omaggio al supermercato con la tessera a punti e, ah, sì, che tra loro era tutto finito, non c’era modo di farla tornare sui suoi passi, non tentasse di cercarla, rispettasse il suo volere se aveva a cuore la sua felicità, non si facesse mai più vedere e sentire ed evitasse ogni latitudine e longitudine che potesse in qualche modo essere frequentata anche solo di sfuggita da lei.
Cosimo non disse nulla. Tanto era balbuziente, le sue parole non avrebbero avuto il pathos necessario.
Come avesse fatto a comunicare con lei prima di allora non è importante ai fini della narrazione.
In effetti, ben poche cose sono importanti ai fini della narrazione. D’altronde, è la narrazione stessa a non essere importante.
Ci sono uomini che con le donne scelgono per loro stessi il ruolo che ha il pane in cassetta nella dispensa: sempre lì, sempre a disposizione, pronto alla prima occasione utile, paziente. Prima o poi ti servirà ‘sto cazzo di pan carré. Tanto hai voglia prima che scade.
Altri, i vincenti, erano come il melone, che ti dice: “Sono delizioso, ci sono solo oggi, domani mi irrancidisco”.
Cosimo era il burro d’arachidi, che lo compri una volta per curiosità, ne assaggi una punta di cucchiaino, ti riservi di approfondire prossimamente e lo dimentichi in un angolo remoto del frigorifero, dove verrà rinvenuto dopo cinque o sei anni, “ma pensa”, e finirà nella spazzatura.
L’amore è sbagliato e in quanto tale va evitato accuratamente.
Lui lo sapeva.
E’ sbagliato perché mostra impietosamente l’effimero della vita. Come oggi crei, produci, costruisci, ti affanni e poi muori, allo stesso modo oggi sei il centro del suo universo, domani diventi al massimo oggetto di dileggio con le amiche.
E ti chiedi: “Non potevo trombare sportivamente e riversare tutto l’amore nel calcetto?”.
Meglio trombare a destra e a manca con chi ti considera nessuno fin da subito e, dopo aver giaciuto con te, si chiede: “Ma non potevo andare ad assistere ad una partita di calcetto?”.
In assenza di illusioni destinate necessariamente alla frantumazione, l’urto inesorabile contro la vanità del tutto è meno brusco. Ché in un tempo finito e – soprattutto – in uno spazio finito, non ci può essere vita infinita, tanto meno infinito amore.
A ben vedere, la morte è una soluzione ad un problema di spazio.
Thomas Mann dice (cioè, disse, ma a quanto pare agli scrittori spetta di diritto il privilegio immeritato del presente indicativo imperituro) che i giovani ne sanno di più sull’amore perché ne sanno di più sulla morte. In effetti, da vecchio, la prospettiva di rinunciare ad un pisello da ottantenne non deve essere poi così insopportabile. Ad ogni bidet, si rinnova la vergogna.
E allora, perché ingannarsi con fatue promesse di eternità?
Eppure, persino nelle parrocchie fiorivano gli amori.
Trombare a destra e manca significa dunque non prendere la vita troppo sul serio.
Di conseguenza, non incontrarsi mai è di gran lunga meglio che lasciarsi, poiché risparmia quel senso di vanità del tutto che sopraggiunge allorché si realizza che era stato intrapreso un viaggio che non portava da nessuna parte. Ma questa è una verità che conosce solo chi sa che passeggiare è camminare invano.
Cosimo non era nato senza speranze. Ci era diventato.
Un nichilista è un sentimentale deluso.
L’esistenza è stata inventata apposta per mettere in riga i sognatori. Serve a stroncare gli incanti, permettendo di scoprire la possibilità di uno sterminato prato fiorito su cui si rotolano modelle ninfomani provenienti da ogni parte del mondo, per poi ricondurre ad un impiego statale indispensabile al sostentamento.
Un operaio disilluso lavora con maggiore solerzia, perché non si aspetta più niente di meglio. La rassegnazione evita distrazioni. L’amarezza aumenta la produttività.
La vita è una strategia dei datori di lavoro.
Cosimo pensava a tutto questo mentre tentava di schivare gli scatarri dei barboni.
Non trombare a destra e a manca faceva sentire Cosimo triste come solo le persone serie sanno essere.
Quella era un’estate torrida. I bambini con i ghiaccioli incendiavano le fantasie dei sacerdoti. Gli uccellini al sole dicevano: “Ma perché non ce ne andiamo all’ombra?”. Gli uccellini che già si trovavano all’ombra pensavano: “Stiamo bene così”.
Essere lasciato con questo caldo, che beffa.
Avrebbe voluto andare a puttane per distrarsi, ma si sentiva intimidito. La puttana avrebbe dovuto avere un nome più accogliente, bonario, famigliare, pensava. Che so, la sorchivendola.
Cosimo non si arrese subito e provò a riconquistarla.
Le scrisse una lettera d’amore, ma in Lineare A, così non gli fu d’aiuto.
Tentò la strada del sentimentalismo adolescenziale massificato affiggendo davanti alla finestra di lei uno striscione con su scritto: “Non vivo senza te”.
Lei, che amava Tacito ed Hemingway (ma l’avrebbe data solo ad Hemingway), rispose con un contro striscione che recitava con paratattica brevitas: “Io sì”.
Poi capì che nella vita bisogna saper perdere (e lui in questo era avvantaggiato dall’esperienza), specie se non si vince mai, e cedette. Prima di capitolare, la gente tende a voler essere mortificata.
Eppure la resa immediata sarebbe così vantaggiosa… Desistere, de-esistere: la soluzione è suggerita dalle parole stesse.
Nella coppia l’amore non c’entra. Una relazione sentimentale è un progetto aziendale per il futuro, un fondo di previdenza. Perciò non conta la passione per una persona né il valore di una persona: un partner deve essere un socio d’affari affidabile e capace. E lui era un pessimo azionista, poiché c’era ancora qualche arbusto di troppo nel deserto del suo cuore.
Si vergognò per aver partorito un pensiero così poetico.
Non può venire nulla di buono dal verbo partorire.
La donna che dice di amare Vincenzo di Scusate il ritardo è la prima a volere Jimmy di Mystic River. Benché continuino a negarlo a loro stesse, l’uomo ideale delle donne rimane Vito Corleone. Michael è già troppo mammoletta.
Lui lo sapeva.
Lui sapeva tutto, ma era miseramente umano, pertanto a nulla valeva la conoscenza.
Quello non era un universo sensato: era stato inventato il karaoke, il fritto puzzava e faceva ingrassare, la pioggia cadeva dall’alto invece di irrigare da sotto, si poteva usufruire del cocomero solo tre mesi all’anno, l’essere umano esisteva e talvolta indossava la camicia rosa, la gente diceva “buon lavoro”.
E allora perché non dire “buon tumore”?
E adesso, cosa rimaneva nel suo mondo?
Gli occhi spenti delle coppiette, la malinconia soffocante dei quotidiani letti la sera in metro, la tenerezza delle strade dissestate, la ridicolezza delle espressioni partecipate dei musicisti, l’imbarazzo dei condomini, l’angoscia del Giro d’Italia, i detersivi deludenti, la supponenza burbera dei ferramenta, l’ineluttabile rassegnazione dei meccanici, le delusioni del calciomercato, la gratuità delle foto dei gatti, il languore delle porte da calcio senza reti, la ferocia della tombola, il senso di sicurezza delle ditte convenzionate, i conoscenti che disquisiscono di meteorologia, il cattivo assortimento seriale dei turisti fidanzati stranieri, con lui sempre alto e muscoloso e lei sempre biondina e cicciottella, l’inutilità delle caramelle, il timore degli anziani di rimanere intrappolati nell’autobus saltando la fermata, il pleonasmo invadente della domanda “scusi, scende?”, il dramma degli scherzi da ufficio, l’ilarità delle arti marziali, l’aggressività dei cani degli sfasciacarrozze, il cucchiaino dei perdenti – perché si sa che un vero uomo prende il cono e non la coppetta.
Un nulla fatto di troppe cose.
Poi, un giorno, Cosimo la incontrò di nuovo, per caso, in una via affollata di passanti smarriti nel viavai neoliberista.
Olga stava guardando una vetrina di abiti troppo costosi per qualsiasi persona che avesse avuto una dignità.
Era così bella, circonfusa di benessere consumistico.
Le si avvicinò tremante, non tanto per l’emozione, quanto per il parkinson.
Era sentimentalmente favorito dalla genetica.
Ad un passo da lei, poteva sentire il suo profumo. Era sempre lo stesso, intenso ma delicato, che sapeva di sogno e di ebbrezza, di primavera e di pompini imminenti.
Fece per chiamarla, ma si trattenne, all’improvviso, inaspettatamente per la sua stessa volontà. Pensò che, in fondo, parlarle sarebbe stata una cosa stupida, stupida come… come… stupida come la fedeltà, ecco.
Voltò le spalle e se ne andò. Olga non avrebbe mai saputo di averlo avuto a mezzo metro. Quel rospo imprincipizzabile.
Rimuginando ma non troppo su quello che avrebbe potuto balbettarle, tornò a casa, mangiò, si lavò, si coricò e si addormentò, sperando che la sveglia non suonasse mai più. Ma la sveglia suonò ancora.
Svizzeri di merda.
L’indomani uscì di casa di pessimo mattino, attraversò la strada ed un camion lo travolse, puntuale come un cliché.
Accartocciato in un letto d’ospedale, la sorte ingrata gli fece assegnare un’infermiera grassa, sulla bruttezza della quale si rivalse con del pietismo parassitario.
Una sera della sua interminabile degenza, stava guardando la televisione, uno zapping affaticato ed irrefrenabile, fino ad imbattersi nei programmi culturali di seconda serata sul canale principale. Aveva fatto giusto in tempo a sentire l’annunciatrice che annunciava (eh, oh, questo fa un’annunciatrice) un tal concerto per violoncello ed orchestra quando le immagini luminose dallo schermo nella penombra della stanza gli fecero vibrare gli occhi e sussultare lo sterno, tanto che gli scappò quasi di cacare (e quello sì che sarebbe stato un problema): era Olga, più bella che mai, solista applauditissima in un teatro maestoso.
Il piscio defluì nel catetere. Un moscerino annegò nel rimasuglio di minestra.
La vita è un errore che non puoi non commettere.

 

Filed under: ESPERIMENTI

L’AMORE MOLESTO

La recensione di un libro che apre gli occhi sulla condizione della donna nelle società moderne: L’amore molesto, Elena Ferrante, edizioni E/O,   di:

 Francesca Cenerelli

foto artistica di DAVIDE CERULLO

Uno dei libri  tra i più folgoranti  che ho letto è stato L’amore molesto, di Elena Ferrante. Si tratta di un piccolo libricino,  a tutti gli effetti un romanzo. Quella della Ferrante è una scrittura scomoda, occhio femminile su una vicenda che si interseca tra le vie di Napoli e il suo dialetto tradotto.

 Leggerlo per me è stato bere il disagio di essere donna. Donna: l’altro, il diverso dall’UOMO su cui il mondo umano moderno è stato costruito. Attraverso la lettura a tratti onirica, confusa tra realtà, visioni, recupero della propria memoria, non mi ci sono affatto ritrovata, in quanto la mia vita per fortuna si discosta molto da quella narrata. La scoperta però attraverso la voce femminile della Ferrante è stata rivelatrice. Rivelatrice  di ombre in un mondo di soprusi, di accettazione passiva da parte della maggioranza delle donne. Un mondo tutto maschile nel quale si vive senza rendersene conto, cercando in qualche modo di ricostruire A FATICA una propria immagine, attirando l’attenzione dell’uomo con gli strumenti che esso offre. Questi strumenti sono codificati per così dire, dalla  STESSA CIVILTA’  dell’UOMO, senza previsione di riscatto autonomo per l’altro, per la donna.

Il libro lascia un perenne sconforto, disagio per meglio dire, che è quello della protagonista -io narrante, confusa  in ritratto misto con la figura della propria madre.

“mia madre annegò la notte del 23 maggio, giorno del mio compleanno, nel tratto di mare di fronte alla località che chiamano Spaccavento, a pochi km da Minturno.(…) Negli ultimi tempi veniva a stare da me almeno una volta al mese per qualche giorno. Non ero contenta di sentirla per casa. Si svegliava all’alba e, secondo le sue abitudini, lustrava da cima a fondo la cucina e il soggiorno.”

Con quest’apertura, Delia, quarantacinquenne, ripercorre passato e presente in continue fusioni d’immagine, sovrapponendo tratti somatici, abiti, sangue mestruale, umori, sperma, colori ad olio, come solo la sensibilità di una donna, preso il coraggio a piene mani, sa inzuppare in una storia “molesta”. Molesti sono gli uomini con i loro comportamenti che si traducono in perenne fastidio. Moleste le convenzioni assunte anche dalle stesse donne castigandosi nei propri comportamenti, contrassegnati come “sconvenienti”.

“Non si comportava come si deve. Io questo signore l’ho visto una volta sola. Era un bel vecchio, vestito bene e quando li ho incrociati, m’ha fatto un mezzo inchino. Lei invece s’è girata dall’altra parte e m’ha detto una brutta parola. (…) Le era presa la mania di dire bruttissime parole, ad alta voce, anche quando era sola. E poi si metteva a ridere. La sentivo da qui, dalla mia cucina.”

E’ la descrizione di una  vedova, vicina di casa della madre Amalia. Voce di donna, quindi, ma interprete delle regole di convenienza stilate dagli uomini.

“Il liquido caldo che usciva da me senza che lo volessi mi diede l’impressione di un segnale convenuto tra estranei dentro il mio corpo. Il corteo funebre avanzava verso Piazza Carlo III. La facciata del reclusorio mi pareva contenere a stento la pressione del Rione Incis che le gravava addosso. Le vie della memoria topografica mi sembravano instabili come una bevanda effervescente che, se agitata, straripa in schiuma. Sentivo la città disciolta nel calore, sotto una luce polverosa, e ripassavo mentalmente il racconto dell’infanzia e dell’adolescenza che mi spingeva a divagare per la Veterinaria fino all’Orto Botanico, o per le pietre sempre umide, coperte di verdure marce, del mercato di Sant’Antonio Abate.”

I paesaggi sono nebbia di pensiero in cui si disciolgono facce e frasi oscene mai ben definite. Con la Ferrante ho attraversato una Napoli-città veleggiando al di sopra delle strade trafficate, delle voci alte, della folla onnipresente. Non la città d’o sole dunque, ma una città di nebbie. E con lo stesso senso nebbioso sono stata all’interno delle case, descritte con particolari di tubi o frammenti di servizi o finestre che non affacciano da nessuna parte. Leggere l’amore molesto è come sognare, dove nulla appare definito, dove all’improvviso sbocciano particolari veri e non veri. E in questo ectoplasma brulicante, ecco dispiegarsi l’essere donna; il rinnego sociale di certi atteggiamenti semplici che divengono equivoci, civetteria femminile come il riconoscersi nella Stregoneria condannata dal ginocidio della Chiesa e della Società.

Così alla descrizione della madre Amalia, descritta con fastidio nella sua bellezza naturale, Delia contrappone la sua figura annullata, coi capelli cortissimi,  senza trucco, quasi a rinnegare il tratto caratteristico e voluttuoso della madre.

“E lei, a vedermi arrivare, già si scioglie i capelli che si disfano come se ce li avesse scolpiti in volute sulla fronte e l’ebano della pettinatura mutasse struttura molecolare sotto le sue mani.”

E ancora: “Mia madre scappò sotto il ponte della ferrovia, scivolò in una pozzanghera, fu raggiunta e si buscò pugni, schiaffi, un calcio nel fianco. Una volta che lui la ebbe punita per bene, la riaccompagnò a casa sanguinante. La guardai a lungo, pesta, sporca, e lei mi guardò a lungo, mentre mio padre spiegava l’accaduto a zio Filippo.”

La violenza con cui il marito punisce Amalia è dal senso comune giustificata dalla gelosia, ma soprattutto dal senso di colpevolezza che ogni donna si porta come retaggio culturale di un mondo in cui i diritti dell’individuo maschio vengono tutelati rispetto al diverso, all’altro, allo schiavo: alla donna. L’istinto è punito, qualsiasi gesto, anche la pura bellezza fisica, vengono castigati. La conservazione del senso di colpa trasmesso, si manifesta in autolesione e autopunizione della figlia (tenere i capelli corti, vestire informe, non truccarsi). Ma anche la pratica di auto -valorizzazione del proprio corpo è dettame della società maschile, perché la donna non trova altro modo per esistere, per essere individuata come figura distinta dalla massa.

Questo libro pubblicato agli inizi degli anni ’90 mi ha dato uno spaccato dell’esistenza femminile, il riaggancio alle teorie poco divulgate che vogliono la donna, simbolo nelle civiltà antiche e culto identificato con la Dea Madre punita per la facoltà magica di dare la vita dall’Uomo autoderterminatosi sul potere di valori che lo rendessero superiore, come la Guerra e la Caccia, vogliono la donna – dicevo – schiacciata tra il desiderio di autodeterminazione fra spazi limitati e l’aspirazione a figura emancipata ma etica assegnatale dal Mondo, dai confini ben circoscritti. Presentimento nella mia mente che si è definito, delineato  con chiarezza grazie a questo scritto scomodo ma necessario, così come molti libri di scrittura femminile dovrebbero esserlo per ciascuno di noi.  Negare il disagio femminile nelle società cosiddette evolute nato dal dualismo tra plasmazione di una donna capace di emulare l’uomo  e l’essere al contempo remissiva, dolce, materna, subordinata  e servizievole alle leggi maschili, è negare non solo il diritto di affermarsi completamente e liberamente, bensì anche l’esistenza di una  capacità fattiva di miglioramento della condizione umana.

Filed under: IN ANALISI , , ,

I “DEMOLITORI” DEL 15 OTTOBRE E IL FUTURO DEL MOVIMENTO

Emiliano Brancaccio (Napoli, 1971) è ricercatore in Economia politica e docente di Fondamenti di Economia politica e di Economia del lavoro presso la Facoltà di Scienze economiche e aziendali dell’Università del Sannio, a Benevento. Riteniamo utile pubblicare una sua intervista, rilasciata a Emilio Carnevali per Micromega online e riportata da LIBRE  a proposito dei fatti recentemente accaduti a Roma. altro interessante materiale divulgativo lo trovate sul sito dello studioso Emiliano Brancaccio.

L’opera che accompagna il riporto dell’articolo è del Maestro Michele Sanzone (“Oggi, 19/06/2011 ho iniziato la nebulosa del cavallo. Tecnica muchi strato 72 X 160 sabbia, sigillante, pittura a olio, smalto sintetico, pittura di fondo “ V33” aclorici, Tubicini riempiti di pittura a olio di forma ha’spirale, vernice trasparente. Distanza dalla terra circa 1000 1500 anni luce. È parte di un turbine di gas e polveri, sagomato come la testa di un cavallo, da qui il nome. È una delle nebulose maggiormente riconoscibili e note del cielo, anche se è difficile poterla osservare visualmente: la sua forma caratteristica si può individuare solo attraverso le fotografie dell’area. La prima foto della nebulosa risale al 1888, presa presso l’Harvard College Osservatori”. Di M. Sanzone. finito il 03/07/2011)

NEBULOSA DEL CAVALLO - opera del Maestro Michele Sanzone

INTERVISTA A EMILIANO BRANCACCIO
di Emilio Carnevali

Ancora una volta le violenze di una minoranza dei manifestanti hanno oscurato le ragioni di una protesta che è segno di un disagio concreto e preoccupante. Proviamo allora a riflettere sulle prospettive di un movimento che rappresenta la prima grande risposta popolare su scala globale alla crisi economica scoppiata nel 2007/2008.

 
Dalle piazze di Madrid, dove tutto è cominciato lo scorso 15 maggio, la protesta si è estesa nel resto del mondo. Sabato 15 ottobre gli “indignati” hanno sfilato per le strade di 950 città – da Honk Kong a Boston, da San Paolo a Kuala Lumpur, da Sidney a Tokyo – denunciando i drammatici effetti sociali della crisi economica scoppiata nel 2007/2008 e l’assenza di risposte all’altezza della gravità della situazione da parte della politica e dei governi. Non è un caso se le file di “indignados” sono composte sopratutto da giovani, i più colpiti dalla disoccupazione di massa legata alla brusca contrazione di produzione e reddito che si è registrata quando la crisi finanziaria si è scaricata sull’economia reale. A Roma una grande manifestazione cui hanno preso parte oltre centomila persone è degenerata in violentissimi scontri. Il bilancio provvisorio è di 70 feriti (tre gravi), 12 arrestati, una città messa a ferro e fuoco per diverse ore e il solito, inevitabile, strascico di polemiche. Ancora una volta queste discussioni hanno oscurato le ragioni di una protesta che, come ha scritto Guido Rossi sul Sole 24 Ore, “nasce da mille, troppi disagi e merita di essere esplorata con spirito analitico”. Ne abbiamo parlato con Emiliano Brancaccio, economista dell’Università del Sannio assai critico con quelle politiche di austerità varate dai governi europei che, insieme alla Bce e al mondo finanza, erano il bersaglio privilegiato degli slogan dei cortei di sabato. Brancaccio segue da anni le vicende dei movimenti e nel 2002 è stato relatore della proposta di legge di iniziativa popolare promossa da Attac per l’istituzione della Tobin tax.

 

 

Partiamo dalla giornata di sabato. Che idea si è fatto di ciò che è accaduto a Roma?

 

In tutta franchezza non intendo accodarmi alla consueta discussione etico-normativa su “violenza” e “non violenza”. Se ne sono fatte tante, in passato, e mi pare che non abbiano mai inciso sul corso effettivo degli eventi. Preferisco analizzare le dinamiche del processo storico, di cui gli scontri di Roma, così come quelli di Atene, indubbiamente fanno parte, che ci piaccia o meno. Rilevo nei “demolitori” di piazza san Giovanni una qualità superficiale e un limite di fondo. La qualità sta nella rapidità. L’onda di una rivolta distruttiva cresce in Europa ogni giorno, con accelerazioni improvvise. E’ interessante notare che, sul piano strettamente visivo, questi “riots”, queste azioni rivoltose, sembrano le uniche in grado di colpire alla stessa velocità dei famigerati mercati finanziari. In termini puramente simbolici, le fulminee azioni della guerriglia urbana danno cioè l’illusione di essere le uniche capaci di tener testa al ritmo forsennato della speculazione finanziaria, che abbatte i prezzi dei titoli, aumenta i tassi d’interesse e offre un alibi ai governi che colpiscono il welfare e il lavoro. Potremmo dire, insomma, che a un primo sguardo i “demolitori” sembrano i soli in grado di “colpire veloci” come gli speculatori.

 

Ma anche prescindendo da considerazioni di carattere – come lei le ha definite – “etico-normativo”, non pare che queste azioni abbiano alcuna efficacia politica al di là dello sfogo di un pomeriggio…

 

Infatti la qualità cui ho fatto cenno è apparente, del tutto illusoria, puramente coreografica. Tuttavia, bisogna anche riconoscere che essa risalta di fronte all’affanno dei tradizionali movimenti di massa e ancor più delle istituzioni politiche. Quando i “demolitori” dichiarano: «volevano farsi il solito, inutile comizio e invece hanno avuto una bella sorpresa», è chiaro che intendono sfidare una politica tradizionale che arranca paurosamente, che giunge sempre in ritardo sui luoghi in cui si consumano i delitti politici del nostro tempo. E’ questo spaventoso ritardo che spiega le simpatie, più o meno nascoste, che un numero non trascurabile di persone, e di lavoratori, esprime oggi nei confronti dei “demolitori” di piazza San Giovanni.

 

E quale sarebbe invece il limite dei “demolitori”?

 

Un limite gigantesco. Essi sono palesemente incapaci di cogliere il senso profondo delle dinamiche in corso, e sono per questo totalmente privi di una piattaforma politica. Nella migliore delle ipotesi, senza esserne nemmeno consapevoli, i “demolitori” attingono da un miscuglio di vecchie parole d’ordine del più ingenuo proudhonismo e da un’apologia dell’azione in sé che ha molti padri spirituali, ad esempio nel dadaismo ma anche nel primissimo fascismo. Definirli anarchici è già alquanto lusinghiero. Il problema è che i verdetti della Storia su questo tipo di movimenti sono inequivocabili. Le forme ingenue di ribellione possono condurre alla distruzione di macchine e di simboli, religiosi e non, possono mandare all’ospedale qualche malcapitato agente di polizia, e possono anche arrivare a lasciare dei morti ammazzati per strada. In questo modo riescono facilmente a conquistare le scene di un mondo mediatizzato. Ma, restando confinate nell’ambito effimero della coreografia, sia pure magari insanguinata, esse risultano politicamente insulse. La mera rivolta, il cosiddetto “riot”, se rimangono tali sono classificabili come eventi di fatto innocui, che si verificano molto più spesso di quanto si immagini e che non scalfiscono mai il potere. Anzi, in genere creano le tipiche condizioni per la più agevole delle reazioni da parte degli apparati repressivi dello stato e offrono l’occasione per una svolta di tipo più o meno surrettiziamente autoritario.

 

E’ quello a cui stiamo assistendo in queste ore. Peraltro le polemiche sugli scontri hanno completamente oscurato tutto il resto, compreso il dibattito sulla piattaforma politica del movimento nel suo complesso. Ma è possibile definire almeno quella proveniente dalla “parte pacifica”?

 

Occorre ammettere che, sul piano dell’analisi e della proposta politica, anche la parte cosiddetta “pacifica” del movimento appare in enorme difficoltà. Consideriamo ad esempio la declamata categoria dei “beni comuni”, che dovrebbero caratterizzarsi per il fatto di poter esser gestiti collettivamente senza la mediazione del mercato né dello stato. Nella definizione scientifica originaria il concetto descrive una forma di organizzazione delle relazioni economiche precisa ma con applicazioni decisamente limitate. Invece, nel senso in cui viene adoperata all’interno dei movimenti, l’espressione “beni comuni” costituisce una espressione equivoca, che in quanto tale significa tutto e niente. La sua ambiguità, si badi, non è casuale. Essa deriva dal fatto che alcune teste pensanti del movimento si illudono, attraverso di essa, di promuovere la nascita di un modo generale di produzione sociale che sia immediatamente “altro” rispetto allo stato e al mercato. Letti in quest’ottica i “beni comuni” rischiano dunque di assumere i tratti di una chimera inutile e fuorviante. Non è un caso che i marxisti e i veri protagonisti del movimento operaio novecentesco non si sono mai lasciati sedurre da simili illusioni: per loro, il primo problema è sempre consistito nella presa – graduale o rivoluzionaria – del potere statale, nell’uso delle leve dello stato per la socializzazione della produzione e nella progressiva democratizzazione delle decisioni economiche. Ed anche oggi, quello della presa delle “casematte” dello stato resta la questione chiave. Il resto è solo fuffa.

 

Il movimento però invoca anche il “ripudio del debito”.

 

Qui la questione è un po’ diversa. Contrariamente a quel che si pensa, non si tratta di una proposta utopica: la stessa storia del capitalismo è costellata di fallimenti di stati sovrani. Il problema è che bisognerebbe poi avere ben presenti le conseguenze di un simile atto.

 

Infatti l’obiezione più comune è che un “ripudio del debito” implicherebbe un crollo dell’intero sistema finanziario, con ripercussioni sociali peggiori di quelle che già si registrano.

 

In realtà la questione preliminare è un altra. Rifiutarsi unilateralmente di pagare il debito implica poi la capacità, da parte di un paese o di un aggregato di paesi, di fare a meno dei prestiti esteri per un lungo periodo. E’ chiaro infatti che se si cancella il debito con una mano e poi si chiede un nuovo prestito con l’altra, si subirà la logica rappresaglia di un feroce aumento dei tassi d’interesse e di un fatale razionamento dei finanziamenti da parte dei creditori esteri. Per fare a meno dei prestiti, allora, bisognerebbe pianificare una strategia di politica economica che consenta di diminuire le importazioni e, più in generale, che persegua l’obiettivo di ridurre la dipendenza del paese dai movimenti internazionali di capitali e di merci. Si tratta chiaramente di una linea che affiderebbe di nuovo un ruolo forte allo stato nazionale, o a una comunità di stati che puntino a una politica economica più autonoma rispetto alle leggi impersonali della cosiddetta globalizzazione capitalistica. In questo scenario anche l’instabilità finanziaria che consegue a un default potrebbe essere gestita, sottoponendo la politica monetaria della banca centrale al potere degli organi elettivi, e magari nazionalizzando parte del sistema bancario. Sono queste del resto le soluzioni che in genere hanno tipicamente fatto seguito a un default sovrano.

 

Non mi pare che sia questo l’orizzonte entro cui si muovano i sostenitori del ripudio del debito.

 

Alcuni promotori del “ripudio del debito” sono in imbarazzo di fronte a queste logiche conseguenze del loro slogan. Il motivo è che essi hanno per anni proclamato la morte degli stati nazionali, lo hanno fatto persino con più veemenza dei cosiddetti liberisti. Per questo tali esponenti del movimento oggi non appaiono in grado di trarre dalla parola d’ordine del ripudio unilaterale del debito una precisa conseguenza sul piano politico: quella del ripristino di una idea di sovranità dello stato, o di un gruppo coeso di stati, rispetto ai meccanismi del mercato globale. Sembra che io stia facendo un discorso troppo alto, ma non lo è: il popolo annusa l’aria, e comprende subito se una proposta abbia un senso logico e conduca a qualcosa, oppure sia intrinsecamente contraddittoria e porti in un vicolo cieco. Anche per queste incertezze, per queste fragilità insite negli slogan della parte cosiddetta “pacifica” del movimento, i “demolitori” prendono agevolmente il sopravvento.

 

Al di là della perseguibilità “tecnica” del percorso che lei ha appena delineato, c’è tuttavia un punto politico dal quale non si può prescindere: quali sarebbero gli alleati di un simile progetto? Il rifiuto del debito è attualmente una parola d’ordine di poche frange marginali dell’estrema sinistra. E per fare cose tipo “sottoporre la politica monetaria della banca centrale al potere degli organi elettivi” ci vorrebbe di fatto un “governo rivoluzionario continentale”. Sinceramente non mi pare una ipotesi realistica.

 

Francamente non scomoderei la parola “rivoluzione”, che oggi mi pare un po’ abusata. Del resto, prima del famigerato “divorzio” dal Tesoro, anche Bankitalia era sottoposta a un controllo di quel tipo, e non mi pare che all’epoca i cavalli dei cosacchi si abbeverassero a San Pietro. Ad ogni modo, qui dobbiamo intenderci su un fatto: l’agenda politica corrente, intorno alla quale le istituzioni europee, i governi e le stesse opposizioni si affannano, è essa stessa auto-contraddittoria. Se in Europa insisteremo con le cosiddette politiche di “austerità”, la domanda di merci, la produzione, l’occupazione, i redditi e quindi anche le entrate fiscali si ridurranno ulteriormente, per cui diventerà sempre più difficile rimborsare i debiti. In questo modo, anziché contrastare la speculazione finanziaria, si finirà per alimentarla. Teniamo presente che a proprio causa di tali politiche la Grecia è già tecnicamente fallita. Proseguendo lungo questa via anche l’Italia, il Portogallo e la Spagna finiranno per incamminarsi verso un inesorabile default. Non solo: il ripudio del debito, in quanto tale, potrebbe rivelarsi persino insufficiente. I paesi in default potrebbero infatti vedersi costretti anche a uscire dalla zona euro e svalutare, per tentare di accrescere la competitività verso l’estero e interrompere il declino della domanda e della produzione. Insomma, gli eventi potrebbero a un certo punto correre più veloci sia dell’agenda politica istituzionale che degli stessi slogan di movimento. Non sarebbe la prima volta.

 

L’ipotesi di una uscita dalla zona euro è una prospettiva concreta. Ma ha senso sul piano politico? Lei si limita a prevederne la possibilità o crede che gli stessi movimenti e partiti di sinistra – sopraggiunte determinate condizioni – dovrebbero sostenerla attivamente?

 

L’uscita dalla zona euro può risultare a un certo punto una necessità oggettiva. Ma da qui a ritenerla vantaggiosa ce ne passa, soprattutto se esaminiamo il problema dal punto di vista dei lavoratori. Ricordiamo cosa avvenne nel 1992, durante una crisi per più di un verso simile a quella attuale. Sotto l’attacco della speculazione, il governo italiano attuò prima una serie di pesanti politiche di austerità, che non calmarono i mercati. Quindi decise di sganciare la lira dal cambio fisso con il marco. Tuttavia, per impedire che la svalutazione della lira e il conseguente aumento del prezzo delle merci importate scatenassero una rincorsa salariale, i sindacati furono chiamati a firmare un accordo sul costo del lavoro molto vincolante. I lavoratori pagarono così due volte: a causa delle politiche di austerità e poi a seguito del freno imposto ai salari. Ci sono motivi per ritenere che oggi potremmo assistere a una riproposizione di quel copione, con effetti ancor più drammatici sulla stessa funzione del sindacato, che verrebbe ulteriormente compromessa. Gli economisti di sinistra che oggi invocano lo sganciamento dall’euro dovrebbero fare più attenzione a questi rischi.

 

Ma allora, quale potrebbe essere un programma politico in grado realisticamente di tutelare il welfare e di difendere gli interessi del lavoro?

 

La visione dominante contrappone il salvataggio della zona euro agli interessi dei lavoratori: il messaggio è che se vogliamo la prima occorre sacrificare i secondi. Ma questa è una lettura ideologica dei fatti. E’ necessario quindi mettere preliminarmente in chiaro che la salvezza della unità europea e la salvaguardia degli interessi del lavoro sono obiettivi coincidenti. Il regime di accumulazione del capitale fondato sulla finanza privata è infatti entrato in crisi. Siamo di fronte a una occasione storica per la costruzione di un nuovo e diverso regime di sviluppo. Per edificarlo, occorre in primo luogo che l’autorità pubblica abbandoni il ruolo ancillare di prestatore di ultima istanza del capitale privato, e si faccia invece creatrice di prima istanza di nuova occupazione. Di prima istanza, si badi, e cioè non per mera assistenza, ma per la produzione di quei “beni base” la cui messa in opera risulta fondamentale per il progresso sociale e civile dell’umanità ma le cui implicazioni tipicamente sfuggono alla logica ristretta dell’impresa capitalistica privata. Questa sorta di versione moderna della pianificazione pubblica rappresenta, allo stato dei fatti, il solo modo razionale che abbiamo per attivare un nuovo motore “interno” dello sviluppo economico europeo, senza il quale l’Unione stessa rischia di implodere. In secondo luogo, bisogna introdurre nuovi strumenti di gestione dei rapporti conflittuali tra gli stati membri dell’Unione e tra le classi sociali. Un esempio tra i tanti è lo “standard retributivo europeo”, che consentirebbe di interrompere la competizione salariale in atto tra i paesi dell’Unione. Sia pure in forma blanda e in estremo ritardo, di questi strumenti si inizia a discutere anche in seno ai partiti socialisti europei. Limitarsi però a invocare queste ricette è del tutto inutile se la Germania si mette di traverso.

 

Ma i tedeschi non sarebbero essi stessi danneggiati da una crisi della zona euro?

 

Un eventuale ripudio del debito e una serie di svalutazioni competitive da parte dei paesi periferici indubbiamente darebbero dei problemi alle banche e alle imprese tedesche. Tuttavia in Germania queste eventualità sono già state ampiamente messe in conto, e non fanno più un grande effetto. Non è questione soltanto di una deriva populista tra i tedeschi. Ci sono anche motivazioni razionali che spiegano questa crescente indifferenza ai destini dell’eurozona. A questo riguardo, mi pare che si dimentichi che, in caso di fallimenti a catena dei debiti sovrani europei, il sistema bancario tedesco ne uscirebbe in ultima istanza comunque meno peggio di altri. Inoltre, le svalutazioni ridurrebbero il valore dei capitali dei paesi periferici, e quindi darebbero ai capitali tedeschi l’occasione per fare shopping a buon mercato. Insomma, l’ipotesi di deflagrazione della zona euro non suscita più grandissimi timori e potrebbe trovare persino delle giustificazioni logiche, in Germania.

 

E allora come si possono smuovere i tedeschi dalle loro posizioni?

 

Occorre agire dialetticamente. Bisogna mettere in chiaro che se in Germania dovesse prevalere la volontà di abbandonare i paesi periferici al loro destino, allora non sarà soltanto la moneta unica a saltare, ma si finirà per mettere in discussione anche il mercato unico europeo e la relativa libera circolazione dei capitali, e al limite delle stesse merci. I tedeschi debbono cioè comprendere che se intendono assistere indifferenti alla deflagrazione della zona euro, i paesi periferici potrebbero reagire imponendo restrizioni ai movimenti di capitali e di merci. Mi rendo conto che si tratta di una linea difficile da praticare, soprattutto per i partiti e per i movimenti di sinistra, che in questi anni sono stati tra i più subalterni all’ideologia dominante della globalizzazione capitalistica. Ma se in questa fase vuol davvero fare politica, occorre che la sinistra politica e di movimento agisca su due fronti: da un lato proporre soluzioni per rafforzare l’unità europea ma, dall’altro lato, minacciare l’introduzione di vincoli alla libera circolazione dei capitali e delle merci nel caso in cui l’eurozona esplodesse. In fondo, si tratta anche di una linea d’azione uguale e contraria a quella delle destre populiste, che per anni hanno preteso di affrontare le crisi con la rozza ricetta dei vincoli alla libera circolazione dei lavoratori.

 

Tornando alla giornata di sabato, c’è dunque una lezione che lei crede si possa trarre da ciò che è avvenuto?

 

Direi di sì, una duplice lezione. In primo luogo, se si vuole evitare di cadere nella classica spirale perversa del “riots” e della reazione, occorre che da domani le piattaforme politiche siano più chiare, che la tattica e la strategia siano definite, che i programmi politici siano privi di ambiguità: a partire dalla proposta di restare o meno nella attuale zona euro, sotto quali condizioni, con quali proposte di sviluppo economico e di riequilibrio tra gli stati e tra le classi sociali, e soprattutto a fronte di quali possibili alternative. In secondo luogo, occorre prendere coscienza che la politica non può continuare ad arrancare dietro i mercati finanziari ma deve finalmente anticiparli, prevenirli. La politica, a cominciare dalla politica monetaria della banca centrale, può battere la speculazione. Se non si affrontano a viso aperto questi problemi, di merito e di rapidità dell’azione, ci attenderà una vana sequenza di spettacolari ma inutili azioni di “guerriglia demolitrice” e di immancabili azioni repressive da parte dello stato. E intanto continueremo ad assistere alla scena, un po’ surreale, di banchieri centrali che spediscono lettere di “commissariamento” ai governi e poi maldestramente ammiccano alla protesta giovanile.

 

La lettera di Trichet e Draghi cui lei ha appena fatto riferimento è stata una delle micce che qui in Italia hanno innescato le proteste. Criticarla è tanto più opportuno quanto più, anche nella sinistra riformista, cresce la tentazione di farne la piattaforma politica di base di un eventuale governo postberlusconiano. Ma Trichet è anche colui che ha imposto alla Germania – ai suoi governanti come ai suoi rappresentanti nel consiglio direttivo della Bce – la politica di sostegno ai titoli del debito pubblico (inclusi quelli italiani). Quella lettera può essere letta come il certificato di ortodossia da esibire di fronte ai tedeschi per proseguire con queste misure certamente non in linea con la filosofia ispiratrice della Banca centrale europea. Insomma, prendendosela con Trichet e Draghi non si rischia di puntare il dito contro le colombe anziché contro i falchi dell’austerity europea?

 

Trichet ha fatto il minimo indispensabile per salvare la zona euro. Se non avesse agito a tutela dei paesi periferici, la moneta unica sarebbe probabilmente già morta e sepolta. Draghi deve ancora dare prova di sé, a questo riguardo. L’occasione per valutarlo non mancherà. Presto potrebbe scoccare la cosiddetta “ora x” sui mercati finanziari, cioè potrebbe essere sferrato un poderoso attacco speculativo alla zona euro. A quel punto tutto dipenderà dalla disponibilità o meno di Draghi e degli altri membri del consiglio direttivo della Bce di rispondere all’attacco con fermezza, in modo da dare alle istituzioni politiche il tempo di attivare il “motore interno” dello sviluppo di cui l’Europa unita ha assoluto bisogno per sopravvivere. La banca centrale ha tutti gli strumenti per dominare la “bestia” della speculazione. Bisognerà capire se ne avrà la volontà. Con il dovuto rispetto, dunque, suggerirei al nuovo Presidente della Bce di rispondere da ora in poi solo con i fatti alle montanti proteste sociali. Del resto, solo per i fatti egli verrà giudicato.

Filed under: IN ANALISI , , ,

FERRARA NON HA BISOGNO DI VITTORIO SGARBI

Tratto da “Orfeo” - periodico degli studenti universitari della città di Ferrara – pubblichiamo un interessante articolo di Matteo Bianchi, giovane autore laureato in Lettere Moderne che ha recentemente pubblicato Fischi di merlo  (Edizioni del Leone, Venezia 2011), raccolta di poesie impreziosita da disegni e foto che ritraggono alcune vie della città.

Ferrara - foto di F.Cenerelli

 

 

FERRARA NON HA BISOGNO DI VITTORIO SGARBI

Deriva intellettuale a causa della malattia morale di un Occidente che ha toccato il fondo.

«…ma non ci serve un nuovo ideale,

uno di quelli per cui valga la pena:

serve indignarsi per il carnevale

di vecchie facce mai uscite di scena.

E che si mostri la fedina penale

degli intoccabili della città

che si conosca il loro vero nome

nell’interesse della legalità».

Da Stato sociale, Germano Bonaveri.

Chi se ne importa? è il titolo della foto in copertina di Sam Javanrouh. Ebbene sì, questa espressione oggi incarna un modus vivendimolto diffuso … anche nel settore culturale, in cui ha preso spaziouna visione sempre più superficiale della realtàe di pari passo si è insinuata l’incapacità di coesione tra gli individui e dei loro stessi principi, sindrome dell’egopatia.

In particolare è molto grave la patologia manifestata dal nostro conterraneo Vittorio Sgarbi, il quale si è fatto emblema di ciò che si crede cultura, ma che in fondo non è altro che fumo negli occhi. Simulazione. Se si prestasse più attenzione … un uomo che imputa incoerenza agli altri e poi ne fa un vanto ed un mestiere, oltre ad avere dichiarato in data 22 marzo all’Alfonso Signorini Show (programma di “spessore”) su Radio Montecarlo di non volere come ospite lo scrittore combattente RobertoSaviano poiché«le cose che dice mi sembrano sostanzialmente banali e troppo facili. Nel senso che, una volta assunto il ruolo di vittima, fa discorsi che confermano il suo vittimismo». Invece il reclutamento (forse) di Sgarbi nei palinsesti Rai, come di Big Giuliano Giuliano (Ferrara) al posto di quello che anni fa era lo spazio de Il Fatto di Enzo Biagi, è una buona notizia, dato che aggiunge due voci non banali all’offerta televisiva.

Cambiate canale. Vi consiglio anche di seguire i tentativi della Famiglia Sgarbi di esporre la loro collezione di opere d’arte in provincia, dopo il rifiuto subito in città .C’è un uomo in Italia, il giornalista Piero Ricca, ideatore di QuiMilano Libera, che ha cercato più di una volta lo scontro in piazza con lo scaltro politicante; oggi sindaco del comune siciliano di Salemi, Vittorio Sgarbi nel 1996 è stato condannato con sentenza definitiva per truffa aggravata ai danni dello Stato, oltre alla condanna per diffamazione a Gian Carlo Caselli e Leoluca Orlando del 1995 (prescritta in Cassazione) e quella del 1998 per diffamazione aggravata sulle indagini del pool antimafia di Palermo, guidato da Caselli stesso. Il quale ha rischiato la vita per trent’anni, dapprima a Torino contro il terrorismo, e poi per sette anni proprio a Palermo contro la Mafia.

 E giustamente Ricca, che ricorda spesso al suo pubblico l’onestà intellettuale di uomini quali Montanelli e Bocca, nel 2007 si chiedeva come un pregiudicato potesse ancora avere credito e credibilità. La medesima cosa mi domando io qui, il motivo per cui Sgarbi riscuota tanto successo tra le associazioni e i circoli culturali di Ferrara.

Non credevo fosse necessario un Ricca per aprirci gli occhi. Ma forse servirebbe proprio un nuovo Garibaldi della cultura che ci liberasse dagli «omini dell’odiens» e unificasse tutte le piccole realtà frammentate per condurle a collaborare.

Voglio essere speranzoso e concludo, rispetto all’inizio fatalista, con una citazione positiva tratta da un brano del cantautore bolognese Germano Bonaveri:

«…e c’e’ bisogno di un nuovo ideale,

uno di quelli per cui valga la pena:

uno per quelli finiti male,

uno per quelli usciti di scena.

E senza troppo parafrasare

dare uno schiaffo alla banalità perché stupisca ciò che hai da dire

e se ne apprezzi la profondità».

Da: Stato sociale, Germano Bonaveri.

Matteo Bianchi

Ferrara - foto di F.Cenerelli

Filed under: NUDI E CRUDI , , ,

DALL’ITALIA A BRAZIL

Piccola fuga-recensione nel libro Brazil di John Updike –di:

Francesca Cenerelli

Uscito in Italia nel 1994 Brazil, cartina geografica di foreste e di metropoli.

Brazil, terra di divertimento e di saudade. Brazil, di razze bianche e razze nere. Brazil, nazione di fasto e di miseria. Forse perché in questo periodo ho bisogno di fuggire dall’Italia, almeno in maniera virtuale, ho ripreso in mano questo vecchio libro, pubblicato 17 anni fa, Brazil racchiude dentro i confini geografici della B e della L tutto e il contrario di tutto.

 E’ un romanzo di John Updike, scrittore americano nonché recensore di moltissimi libri. Brazil non è certo una delle opere più famose (vedi per esempio Le streghe di Eastwick).

La citazione (una delle  due) in apertura del libro è questa: “tu lo sai che è comune, tutto ciò che vive deve morire, passando per la natura all’eternità. (La Regina in Amleto).

La tecnica di scrittura è semplice e scorrevo le ma non è lettura per educande. Infrange la riservatezza del pudore, ti fa diventare madre vecchia e puttana nelle favelas, oppure assalitore di gringos con in mano una lametta per sfregiare. Scioglie la purezza della gioventù nella vendita del sesso o ancora ti fa entrare nei villaggi dei conquistadores e nella sottomissione dei nativi. Tutto questo senza mai giudicare con occhio perbenista.

La storia è quasi onirica; sfuma dalla realtà di Rio de Janeiro e Brasilia, al misticismo, alle tecniche magiche degli indios della foresta con le parole tupi.

Il filo conduttore è un’unione. Un improvviso allacciarsi, avvinghiarsi a doppie spire di due mondi sconosciuti: Isabel ricca e bianca e Tristao, nero delle favelas. Due giovani che rappresentano davvero la cocciutaggine di rimanere insieme, legati per sempre nell’intimo, come se fossero il giorno e la notte, la terra e il cielo… due diversità assolutamente necessarie, assolutamente inseparabili.

L’istinto è il loro principale modo di comunicare. L’istinto del sesso, l’istinto di cambiare rotta senza preoccuparsi delle conseguenze. Se l’amalgama di questi due mondi è possibile, non è però altrettanto facile trovare spazio sociale per esistere assieme. Dove non ci sono barriere e confini civili, come accade nelle città, forse vi è speranza. Nel cuore del Mato Grosso, i capitoli secondo me più belli, i due cominciano la loro avventura.

 Credo che questo libro mi sia piaciuto tanto da doverlo rileggere più di una volta, perché rappresenta la speranza. La speranza di mondi e fazioni diverse che finalmente ascoltano il proprio istinto per amarsi, i mondi dell’industrializzazione con quelli etichettati sottosviluppati, i mondi della guerra e quelli del benessere, i mondi bianchi e i mondi neri.

Anche se la realistica visione dell’autore, dà un segnale chiaro: i due non riescono ad avere figli; il frutto di tale unione ancora non c’è.

Ma ora, qualche citazione dal libro: comincia così:

il nero è una sfumatura del bruno. Anche il bianco, a ben guardare.

 Euclides: il mondo stesso è roba rubata. Ogni proprietà è un furto e quelli che hanno rubato di più fanno le leggi per il resto di noi.

Zio Donaciano: che resti un sogno allora – aveva risposto suo zio – se facciamo in modo che si avverino tutti i nostri sogni, il mondo diventerà un incubo.

Essere ancora vivi era una cosa umida e strana. (…) che cosa facciamo? Domandò a Tristao. Viviamo, e il più a lungo possibile.

Ecco dunque che la mia evasione si è realizzata: una fuga dalla città alla foresta, dall’Italia al Brasile, una fuga in un mondo dove tutto è possibile. Che i libri rimangano sempre con noi, nei momenti belli e in quelli più disperati.

 

Filed under: IN ANALISI , , ,

SOGNO

Ben ritrovata alla nostra giovane poetessa Vanessa D’Ambrosio che,  con il componimento SOGNO, apre un varco di luce nella barriera del buio. In un’atmosfera cupa e languida, creata col suono di poche significative parole, ecco emergere la salvezza. La solitudine, la stanchezza e il vuoto, si spezzano, dal buio improvvisamente emerge il colore del legno, il canto di una voce, la materia bellissima di un dito ed un volto femminile. Un’esperienza intima che in questi difficili tempi apre una giusta chiave di lettura della donna contemporanea, segna la vera essenza femminile. Buona lettura.

SOGNO

È notte, sogno,

 

tremendo è il mare quando ti inghiottisce, non lascia scampo, né luce, né parole.

È notte, sogno,

in fondo al mare, lotto.

È notte, sogno,

non respiro.

 

Acqua,

Acqua, Acqua ovunque intorno a me,

Atmosfere sotto il mare,

sono esausta.

 

È notte, sogno,

ho paura,  non respiro.

È notte,

sogno,

 

La vedo.

La sua voce dolce e decisa m’investe,

 perentoria mi dice di andare su, salire,  m’indica la superficie, così lontana, così fievole.

 

Ho bisogno di chiudere gli occhi, in quel mare,

 Lei si rifiuta, e mi continua a indicare l’alto.

È lei, bellissima, con quel fascino che solo le donne che hanno vissuto in maniera semplice e in tempi duri possono avere.

 

È lei, bellissima, con i capelli morbidi color del legno che le incorniciano il viso segnato da una vita.

Lei,

Sono salva.                       

                                                                                                               -Vanessa-

Filed under: IN ANALISI , ,

SICILIA

Un pezzo di storia d’Italia nel ricordo di Dario Florio, Maresciallo dei Carabinieri; testimonianza raccolta da Sabato Cuomo,  in Furore, Anno IV, numero 7.

 

fotografia di: RAFFAELE RAGONE

“ … il siciliano è più introverso, al contrario del napoletano. Il siciliano porta dentro di sé il peso della storia, della immutabilità. (occorre che tutto cambi affinchè nulla cambi, Tomasi di Lampedusa) e pertanto è più testardo. Il napoletano è più superficiale ed estroverso: volubile, se vogliamo. Inoltre il siciliano è  omertoso, anche se il suo silenzio è da intendersi come un’intenzione di non nuocere gli altri con le proprie dichiarazioni. E poi non tralasciamo il sentimento di appartenenza. Se il napoletano forse non avverte il senso  “patriottico”, il siciliano addirittura risponde: “siciliano sogno”, in dialetto, vantando una identità ben definita.”

Quindi lei casertano di origine, insieme alla sua famiglia, ha avuto problemi di ambientamento quando nel 1989 è stato trasferito a Palermo? 

“Guardi, le racconto un episodio che mi svelò presto la  veloce intelligenza dei siciliani, la loro capacità di intuizione, e anche, di certo, il loro rispetto per le persone e i principi fondamentali della vita. Un giorno mia moglie tornò a casa dalla spesa, e si accorse che aveva dimenticato all’interno le chiavi di casa. Aveva in braccio nostro figlio piccolo e si rivolse ai vicini di casa, che la accolsero e immediatamente telefonarono in caserma. Io non c’ero, perché stavo in servizio di pattugliamento, ma il carabiniere che aveva preso la telefonata mi rintracciò via radio e contemporaneamente mandò un’auto dove io mi trovavo, all’altro capo della città, affinchè io potessi consegnare le mie chiavi personali. Dopo appena 20 minuti mia moglie fu in grado di rientrare in casa, fra l’ansia e la trepidazione di tutti, di tutti quelli che assistevano al buon esito dell’episodio.”

Credo che vivere in mezzo a questa solidarietà sia può essere di grande aiuto, almeno inconsciamente, soprattutto per chi fa un lavoro come il suo.

Beh, senza dubbio aiuta, ma già dal primo anno che lavoravo in Sicilia mi occupavo di cose spiacevoli: operavo a Gela, nella lotta alla Stidda, cioè la mafia pastorale, e quindi estorsioni ai pastori del luogo, e furto di bestiame. Anche nel 1992 mi trovavo a Gela … il 1992 è stato un anno terribile, uno dei più bui della mia carriera e della storia italiana in particolare.

Perché?

Perché fu ucciso per primo salvo Lima, a Marzo. Poi a Maggio fu ucciso il giudice Giovanni Falcone e dopo qualche settimana fu ucciso il suo collaboratore più fidato, il giudice Paolo Borsellino.

Lei si trovava a Palermo in quei giorni?

No, ero ancora a Gela, ma a causa dell’attentato a Falcone i miei superiori fecero rientrare mezzo contingente. Arrivò prima la notizia via radio che alle 14,00 c’era stato un grave attentato sull’autostrada, all’altezza di Punta Raisi, che bisognava tenersi pronti per un rapido ritorno a Palermo, e verso le 19,00  arrivò l notizia della morte di Falcone. Era lui che guidava, sua moglie, il giudice Francesca Morvillo al suo fianco, e l’autista sui sediolini di dietro, che si salvò per un dono del destino. Era arrivato all’aeroporto da Roma, in ritardo di una settimana, e aveva sempre preferito guidare lui. Diceva che in questo modo poteva rilassarsi, raccogliere le idee. Ma neanche l’auto che li seguiva riuscì a salvarsi, consegnando alla morte gli altri quattro agenti della scorta. Io pensai subito a un mio amico d’infanzia, il poliziotto Matteo Pedone, che lavorava nella scorta di Falcone, ma per fortuna mia e sua quel giorno era fuori servizio.

Come ha reagito lei? Come i suoi colleghi?

Senza dubbio ci sentimmo tutti disorientati, scoraggiati. Gli attentati a Falcone e Borsellino furono mostruosamente agghiaccianti per la loro violenza, e, nello stesso tempo, per la loro precisione. Ma uno di noi, dopo un paio di giorni, ci gridò addosso: “ma possono forse ammazzarci tutti? Siamo 110.000 carabinieri in Italia, senza contare gli altri corpi di polizia. Ecco: vogliono proprio ammazzarci tutti?” Era una riflessione dettata dalla logica, più che da una vera cognizione dei fatti. Ma riuscì a tirarci su il morale, a darci la consapevolezza di vivere uno scontro che vede da una parte noi, uniti e collaborativi soprattutto, a dall’altra la mafia, che ha mostrato di non essere invincibile, soprattutto alla luce degli ultimi successi recenti.

Infatti il 1992 sembrò un punto di non ritorno. Voglio dire che da allora nacque una reazione civile, una ribellione delle forze sane della Sicilia e dell’Italia intera. Se ricordo bene, in quell’anno vennero ammazzati pure i fratelli salvo, gli esattori della mafia.

Si è innegabile che a partire dal 1993 ci fu un fremito di indignazione nella società civile, che diede vita alla cosiddetta Primavera di Palermo, che provocò sia l’elezione a sindaco di Leoluca Orlando, sia il coinvolgimento di altri autorevoli magistrati, capeggiati da Guido Caponnetto. Ma è anche vero che nel 1994 la mafia incendiò i magazzini Standa di Berlusconi, che sembrava non offrire garanzie sufficienti.

Significa quindi che dobbiamo soccombere, che rimarremo soggiogati a questa entità più forte dello Stato e delle sue forze di polizia?

Assolutamente no. Non voglio in alcun modo gettare il seme della rassegnazione fra le persone. Però voglio dire che ci troviamo difronte a un nemico molto forte e ben articolato. Gli esperti hanno individuato cinque livelli nell’organizzazione mafiosa: il primo è inserito nella criminalità comune, composta per metà da chi commette crimini per necessità, come ad esempio i drogati, e per un’altra metà da chi commette crimini in maniera disciplinata, gestita scientificamente. Il secondo livello è rappresentato dai capobastone, o capi di mandamento. Il terzo livello dai colletti bianchi, inseriti nella pubblica amministrazione, negli uffici, nelle banche.  Il quarto livello è la cupola, che cammina di pari passo alla politica. Il quinto livello è inimmaginabile e oscuro. Chi risiede al quinto livello ha poteri maggiori di un ministro della repubblica.

Che bisogna fare? Quale consiglio lei vorrebbe dare alla gente comune, ai politici, o alle stesse forze di polizia?

Bisogna restare uniti, eliminando le velleità dei singoli e prefigurando un obiettivo comune. E questo vale per tutte e tre le categorie che lei ha citato. A questo proposito vorrei raccontarle un episodio molto spiacevole, accaduto nel 1992, che è stato piuttosto trascurato dai media, forse a causa dell’eccesso di accadimenti di quel periodo: a seguito delle indagini condotte sull’’omicidio di  Beppe Montana nel 1985, commissario della squadra mobile di Palermo, fu interrogato un calciatore del Palermo, Salvatore Marino, ritenuto esecutore o fiancheggiatore, che morì durante l’interrogatorio. Pertanto  il ministro degli interni di allora, Oscar Luigi Scalfaro, che poi divenne Presidente della Repubblica, sollecitò una durissima inchiesta interna contro gli investigatori della questura di Palermo, diretti allora dal vice questore  Ninni Cassarà, anche lui vittima della mafia, e uno dei più fidati collaboratori di Falcone. Nel bel mezzo dei funerali del giudice Borsellino,  alcuni poliziotti in borghese presero a pugni sia Scalfaro, sia il capo della polizia di allora, Arturo Parisi. Fino ad allora carabinieri e polizia avevano lavorato in totale sintonia, ma da quel momento si stabilì un doppio canale investigativo, che limitava tutte e due le forze. Spero che con gli anni, e con un buon lavoro di diplomazia, questo conflitto sia stato risanato, e si sia giunti a una comunità di intenti.

Siamo nel 2011, lei ormai ha lavorato a Caserta, Palermo, Benevento e ora è il Maresciallo del Comune di Agerola. Qual è il posto dove si è trovato meglio?

Beh, ad Agerola mia moglie non corre il rischio di lasciare le chiavi in casa, perché può anche lasciare la porta aperta.   

 

 

Testimonianza raccolta da Sabato Cuomo, in Furore, Anno IV, numero 7.

Filed under: ESPERIMENTI ,

Lettera dal Cile

Il Presidente degli Stati Uniti ha recentemente commemorato le vittime dell’11 settembre (2001), ma noi vogliamo riportare la lettera di Maria, cilena, che ricorda il giorno più nero per il suo popolo: l’11 settembre 1973.

Quel giorno  non avevamo falci in mano, soltanto sogni negli occhi. Non avevamo cattivi pensieri né tuniche rosse, ma ci accompagnava il rosso dei papaveri che amoreggia d’estate nei nostri campi.

Quel giorno avevamo lontano l’odio, e l’oppressione, e il tedio del pane mancante. Il sogno si stava realizzando. Nonostante le pressioni.

Noi eravamo giovani pieni di speranze, quelli che raccolgono il testimone, accompagnano i vecchi alla strada della serenità.

Noi non avevamo il buio ma la luce, prima che l’11 settembre ci oscurasse per sempre. Ed era la luce la nostra unica arma, che fu sostituita da una croce. Chi è sopravvissuto a quel giorno, non ha avuto sorte migliore: buio e tortura continuarono. Le maddalene piangevano sotto la croce, pensando a quanto lontana fosse ormai la gioia. Un’accusa si è calata su di noi come mannaia, come se il dolore e il pianto fossero comunismo cattivo.

E’ indubbio, quel martedì di sangue, l’11 settembre, l’abbiamo in comune con un altro popolo ora, anche se la parola comune turba. L’11 settembre ha spezzato i sogni, il sogno che si chiama dignità. Il sogno che tuo figlio torni ad abbracciarti la sera, già compagno di una donna, già padre di famiglia.

Quel giorno, l’11 settembre 1973, un martedì, a Santiago del Cile,  schiacciata col muso a terra, io persi mio figlio nel grembo. Mi calpestarono, e il suo corpo era una nicchia di  carne insignificante, calpestata, perché loro e chi li mandava, non avevano sogni, ma soltanto potere, donne e soldi che immiseriscono.

Henry Kissinger e Nixon quella volta non pilotavano aerei kamikaze, non avevano una cintola col tritolo, ma un’erbicida potente: la parola, il potere,  e dài e dài, ci vedevan noi tutti, popolo cileno, un’erba comunista da distruggere.

  « Non vedo perché dovremmo restare con le mani in mano a guardare mentre un Paese diventa comunista a causa dell’irresponsabilità del suo popolo. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli.  »
  (Henry Kissinger a proposito dell’elezione di Salvador Allende in Cile)

 E’ strana questa ossessione: si vede per nemico un popolo intero. Io ho liberato questa ossessione, è svanita, come la polvere svanisce, come le sciocchezze svaniscono. Se per qualcuno i morti non sono anime ma geografie da rimpiazzare, io non me la sento di odiare. Non me la sento, e non so contare se 7.000 erano i morti viventi radunati in quello stadio, se 10.000 eran i deportati, se 30.000 erano i cadaveri e i torturati. E se dopo quel martedì l’11 settembre per noi non era finito, ma  continuava nel delirio  della tortura con una delle più feroci dittature, Pinochet, cileno, certo, direte voi,  che voi oggi dimenticate, io non vi odio. E capisco che non v’è popolo da odiare ma da amare, che i colpevoli e gli assassini hanno un nome, un nome che non è degno di nessun popolo.

Filed under: ESPERIMENTI , ,

SULLA POESIA: CONVERSAZIONE CON RAFFAELE RAGONE

Ho chiesto a Raffaele Ragone, da tempo avvicinatosi all’arte poetica (vedi blog UNA TANTUM ),  una nota sulla Poesia.  Di questi tempi in cui il surplus di parole  ci bombarda in ogni ambiente, trovo necessaria un’esplorazione verso  chi, con poche sapienti parole, è  in grado di fornire sensazioni consolatorie oppure sbatterci in faccia la realtà più complessa: è in grado di  toccare le corde della nostra anima, del nostro vivere quotidiano; ancora,  diviene  Stregone nei  temi universali, Profeta,  o leggiadro  Giullare, nel porci osservazioni che ci sfuggono. Insomma il Poeta e la Poesia costituiscono uno dei più affascinanti misteri: la dote e lo studio, l’arte e il mestiere, in un prezioso anticonsumismo dei vocaboli. Ecco dunque l’estratto della nostra esplorazione dalle parole di Raffaele Ragone, e di seguito alcune sue pregevoli poesie.Buona lettura.Francesca Cenerelli

(Precisazione sulle immagini dI Mabel Antonelli :D evo dire subito che la base fondamentale di questa illustrazione, è opera del maestro Michele Sanzone,paesino innevato con contadine con fascine da ardere. olio su tela 70 X 50 gennaio 1979. di M. Sanzone.Anche quella che illustra la poesia:cascinale, olio su tela maggio 1979 di M.Sanzone)

DISEGNO ARTISTICO DI MABEL ANTONELLI - tecnica mista con foto elaborate

Una nota sulla poesia? Mi metti in difficoltà, perché non so davvero cosa sia la poesia. Almeno, non tanto da poterne scrivere un saggio che dica cose sensate e ‘sagge’ e non scada nell’ovvio e nel banale.

Tanti grandi, passati e contemporanei, hanno voluto dettarne i codici, e non solo quelli formali! Così, d’impatto, direi che è una forma letteraria in cui le parole vogliono trasformarsi in immagini, in sogni, nei mondi immaginari che sono i mondi e le emozioni del poeta. In altri tempi, anche piuttosto recenti, avrei pensato a una frase di Picasso: “Ho dovuto arrivare ad ottant’anni per imparare a disegnare come un bambino”.

E, riandando alla sua ‘Metamorfosi del toro’, avrei detto che essa è un’ottima spiegazione di cosa siano un poeta e la poesia. Avrei detto che un poeta aspira, magari senza saperlo, a scrivere come un bambino e che, nello stesso tempo, la poesia è la continua metamorfosi del suo linguaggio nel perseguire questo intento. Avrei detto che Pascoli ne scriveva ne ‘Il fanciullino’. Avrei detto che c’è una poesia semplice, fatta di espressioni di rapido impatto, vorrei dire ‘rudimentali’, la quale in genere raccoglie i consensi di molti, probabilmente riflettendo l’essenzialità (ma vorrei dire ‘primordialità’, absit iniuria verbis) della loro formazione culturale o, forse, più semplicemente, la loro ‘pigrizia’.

E poi, avrei detto che c’è una poesia in cui si stratificano diversi livelli di lettura; ma questa richiede impegno e volontà, da parte del lettore, di impadronirsi del linguaggio del poeta, di capirne le pieghe e di addentrarsi, perché no, nel suo retroterra culturale.

Eppure, ora, sempre più spesso, m’avvedo che la poesia è qualcosa di sfuggente, che si inventa nuovi percorsi, si addentra in spazi inesplorati, suscita nuove sensazioni, anche quando segue rigorosi percorsi logici e non punta semplicemente alle emozioni. La poesia è di volta in volta cosa diversa, purché ognuna di quelle cose sia, al fondo, dominata dalla sofferenza.

Eppure non basta! Non per questo è poesia tutto quello che, in nome della sofferenza, tale si autoproclama. C’è tanto marciume in giro, tanta ‘letteratura’, che è benevolo definire scarsa. Una mia amica di FB, Isabella Horn, è forse sulla via giusta. La poesia ‘vera’ è quella che riesce a cogliere e a ‘rivelare’ la realtà delle cose, gli infiniti aspetti della loro verità profonda (non ‘alta’), occulta, complessa e inesauribile, associando alla ‘rivelazione’ la qualità del linguaggio, senza la quale non ‘arte’ che si dica sia poesia. E, aggiungerei, la poesia va pure al passo con l’intima insoddisfazione, la consapevolezza dell’irrangiungibile.

Non è facile da leggere, certa poesia. La mia, certo, non è facile da leggere, perché dietro ogni segno d’interpunzione, dietro ogni parola, dietro ogni frase, c’è un coacervo di riflessioni e di ripensamenti, nella continua e implicita ricerca di un qualcosa che non sia solo frasi tronche e che non consideri “versi liberi” poche parole a centro pagina messe più o meno a caso. Dov’è la realtà attraverso le immagini? Dov’è la condivisione delle emozioni? Dov’è il luogo di fiaba dove sognare, vagare, sentire le viscere dei sentimenti nelle loro forme più fantastiche: unicorni, folletti, draghi? Dov’è, insomma, la ricerca profonda, dalla quale impari a staccarti dalla materia e a raggiungere una forma eterna, come l’aria, l’acqua, l’universo, di astrazione e realtà congiunte…?

   

Le risposte inerenti alla mia esperienza personale in fatto di poesia?

Quando?
Tutto avviene nei banchi delle elementari, ai quali appartengono anche i primi rudimentali cimenti. Di questo non resta traccia, tranne che forse tra le carte del mio insegnante di allora, ingenuo e incantato estimatore delle mie prime rime. Morto lui, morta ogni cosa.

Perché?
Risposta ardua. Col senno del poi, potrei dire che la poesia è un atto indiretto ed essenziale d’amore, verso se stessi, verso gli/le altri/e, verso la vita in senso lato. E’, dunque, una imprescindibile componente della mia maniera di vivere, fatta di molti silenzi, di molti tormenti e di poche essenziali, ma intense, parole.

I poeti illuminanti, per ovvie ragioni, appartengono al mio passato di studente di liceo classico. Sono, in generale, i poeti italiani del ‘900, nei quali si sostanzia la nostra intera tradizione letteraria, a mio avviso, addirittura più che negli/nelle scrittori/scrittrici, che pure popolano il nostro variegato universo letterario. Ma, particolarmente, in Quasimodo, Montale e Caproni, un po’ meno in Ungaretti, scopro la ricerca del linguaggio essenziale e delle sue magiche sonorità.

In Quasimodo scopro un’originale visione della cultura classica, ma anche contatti con la mia quotidianità d’allora. Egli fu, infatti, direttore di una collana di poesia contemporanea, nell’ambito della quale fu pubblicata Epicuro, una raccolta di Lamberto Maccioni, per alcuni anni professore di Storia e Filosofia presso il liceo che frequentai. Lo sai già, Maccioni mi affascinò per la sua maniera originale di mescolare insieme filosofia, pittura, letteratura, vita privata, alla ricerca di un equilibrio ‘ermetico’, che è forse all’origine dello stile alieno e corazzato (tue parole) che è parte del mio percorso.

In Montale scopro la magia delle parole poco usate o disusate, quelle che richiedono quotidiane frequentazioni col vocabolario, per intenderci. Chi ha vissuto con me, ha imparato, ironizzandoci amorevolmente su, che la sera andavo a letto col vocabolario, appunto. In lui scopro anche l’intensità lirica della vita di tutti i giorni, al punto che sovente è uno dei riferimenti ‘concreti’ dei miei scritti. La certezza (http://raffrag.wordpress.com/2011/02/02/la-certezza/), ad esempio, o I lamponi (http://raffrag.wordpress.com/2011/08/05/i-lamponi/), che vorrebbero essere una parziale rivisitazione de I limoni, da ascrivere ad un episodio spiacevole nel quale sono stato di recente coinvolto.

La lettura di Caproni ha avuto un ruolo fondamentale in un periodo cruciale della mia vita, nel quale maturarono cedimenti affettivi e la consapevolezza di un’autonomia intellettiva in campo lavorativo. Di lui tuttora mi affascina la ricerca del deus absconditus e del ragionamento lapidario, permeati dalla continua sofferenza del dubbio, come ad esempio, in Amaro e Amaro 2 (http://raffrag.wordpress.com/2010/11/02/amaro/ e http://raffrag.wordpress.com/2010/11/03/amaro-2/).

Infine, dei poeti stranieri, ho in gran conto la ‘semplicità’ di Nazim Hikmet.

Alcune risposte più specifiche.

E’ necessaria la Poesia?
Sì, ma solo a quelli che hanno anima

Serve la Poesia?
Sì, ma solo a quelli che sanno adoperarla

Perché scrivere poesia?
Perché ti aiuta a (soprav)vivere.

opera di MABEL ANTONELLI - tecnica mista con foto elaborate

RISVEGLIO A BABILONIA
Buongiorno anche quest’oggi, Babilonia,
Del cielo mattutino stravolto monolito,
Torre superba dell’inutile e del niente,
Pianta saccente del fuggevole e del vano.
Terra delle glosse indecifrate, kalimèra!
E ti saluto, abisso immaginario dei pensieri,
Isola insondata dei bisogni elementari,
Spazio struggente dei sogni e dei frammenti,
Che della notte in gorgo s’avvitano sul gorgo,
Fino alla cala delle angosce esistenziali,
Spirale inesplicata dove dicono s’incontri,
Però d’appuntamenti spiaggia indefinita.
Kalispèra, e ciò che è stato è stato.
E nonostante tutto e sempre e in ogni dove
Kalispèra all’avventura persa d’un sorriso,
E pure alla partita con l’amore persa.
Per tutto è tardi, troppo, e buonanotte.

I POETI DI CUI SOPRA
Ecco, trasformo fessura in crepa
Poi emendo mettere in riuscire
Di seguito dipano senso in filo
E digito affannarsi in risalire.
Ma proprio il colore delle more,
No, non va in sapore.
Il rosso è rosso e basta!
Se metto, insomma, la punta alla matita,
Dopo confronto attento, naturale,
Tu cosa pensi, i poeti di cui sopra
La direbbero poesia sperimentale?
Penso, per parte mia,
Che l’esperimento vuol falsificare,
E pure la poesia in oggetto
F-,S-alsifica, pertanto, in quanto tale,
F-,S-alsifica il (non)senso letterale,
F-,S-alsa, distante, cerebrale!
Se poi non leggono di scienza
Che i romanzi d’appendice,
Fatte salve le debite eccezioni,
Ecco, lo sai che non mi piace il mare,
E adesso pure sai perché.

LUOGHI.IV
Ormai le estati sono brevi.
Inevitabilmente, ho perso palpiti
Ed abissi. Altrove vado, adesso.
Altrove m’inghiottono le brume,
In vuoti d’acqua su erte
Che prendono alla gola.
M’inoltro altrove, adesso,
A stille di linfa millenaria,
Sapore e sangue della terra.
Altrove sono al nascere
Del giorno, al suo morire.
Un lupo è sul passaggio, all’erta.

Filed under: ESPERIMENTI ,

the earth day

GLI AUTORI

PENELOPE E' UNA TESSITURA A PIU' MANI, NATA DA UN'IDEA DI FRANCESCA CENERELLI

PUOI LEGGERE LE NOTE SUGLI AUTORI CON UN CLICK SUI NOMI.

NON DIMENTICARTI DI SBIRCIARE ANCHE "EVENTI E SEGNALAZIONI"! cerca il link sotto

«Vi sono momenti, nella Vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo. Un dovere civile, una sfida morale, un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre.» Oriana Fallaci
Follow

Get every new post delivered to your Inbox.